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giovedì 17 luglio 2014

Qual è la velocità media di un pugno?

Sferrare pugni è istintivo. Rivolgere la propria forza fisica verso un proprio simile è un concetto becero e deprecabile... forse potrebbe convenire ricorrere alla fuga anche qualora una reazione violenta sembri garantire migliori possibilità di scamparla. Forse non essere affatto preparati a reagire potrebbe offrire vantaggi in una società (più o meno) civile rispetto all'assimilazione di schemi motori atti alla difesa fisica.

La mia riflessione finale è la seguente: conviene essere preparati a uno scontro fisico o è meglio non esserlo affinché si possa fare di tutto, ma veramente di tutto, per evitarlo? Un cervello condizionato a reagire, in generale, non potrebbe forse essere d'intralcio in una società (più o meno) civile?

Da ex praticante di arti marziali, karate, boxe e difesa personale, mi sono concesso un allenamento aerobico con pugni e calci, con lo scopo collaterale di misurare la velocità del mio cross (diretto sferrato con l'arto corrispondente alla gamba arretrata) a quasi 30 anni, dopo 11 di allenamento con i soli sovraccarichi.

I risultati sono stati piuttosto sorprendenti. Ecco di seguito i miei dati riferiti al primo cross sferrato:
Time: 0.08 s (4.83-4.75);
Distance from the first to the last frame: 0.82-0.85 m;
Speed: 36.9-38.25 km/h (the average speed of a punch is about 16.7 km/h http://www.makoto.it/ss_template.php?pagina=club&id_nav=16);
Maximum speed (4:78 to 4:83): (0.55/0.05)*3.6≈39.6 km/h (the distance is about 55 cm);
Bench press 1RM: about 150 kg (my record was 154.3 kg, you can see a 150 kg bench press here http://www.youtube.com/watch?v=Lou6BFrR29Y);
Bodyweight: about 80 kg;
Height: 181 cm (with very long arms and legs).


Insomma, mentre il pugno "tipo" di un esperto karateka viaggia a una velocità media di 16.7 km/h, il mio miglior cross si attesta tra gli 8.5 e i 10.3 m/s, ovvero fra i 31 e i 37 km/h.
Guardare per credere (per un confronto, il cross di Muhammad Ali viaggiava a 10.5 m/s - era però un peso massimo, con guantoni da boxe e doveva sostenere molte riprese contro avversari professionisti...).

Qui di seguito potete osservare quattro frame di un filmato a 40 fps, fra il primo e l'ultimo fotogramma passano appena 8 centesimi di secondo e la macchia sfocata larga almeno 25 cm conferma la velocità istantanea di oltre 36 km/m ((0.25/0.025)*3.6):



Ecco dunque una parte del mio allenamento (sullo sfondo scorre una partita del Brasile del recente mondiale FIFA):

https://www.youtube.com/watch?v=zAoUeBRxPPY&feature=youtu.be

Analizzando anche i cross che si vedono alla fine (canottiera celeste), posso dunque concludere che i colpi migliori viaggiano a una velocità media di 8.5-10.3 metri al secondo (con traiettoria verso l'alto!) e, a circa 25 cm dal corpo, per una trentina di cm almeno, superano nettamente i 40 km/h (ho stimato punte di 43 km/h). Per riuscire a sfruttare una simile potenza, bisognerebbe colpire una decina di cm prima della completa estensione dell'arto (quindi con l'idea di "trapassare" il bersaglio) e la forza d'impatto è stimabile tra i 280 e i 330 kg, con una superficie impattante (seiken) che nel mio caso è approssimabile in 3 cm^2.
Saremmo dunque intorno ai 100 kg per cm^2 (la resistenza media che oppone il collo prima di rompersi è 90 kg).

Morale della storia: fare a pugni può essere pericolosissimo, per chiunque... specie se si tratta di persone preparate.
Si tratta di un istinto atavico, ma demenziale... la mente deve sapersi elevare al di sopra delle pulsioni primordiali, anche di fronte a soggetti non razionali o prevaricatori. In caso di colluttazione inevitabile, sferrare un singolo cross può causare danni devastanti e, in tutta franchezza, non so proprio quanto ne possa valere la pena se l'alternativa della fuga non è del tutto preclusa. Evitare, evitare, evitare... non c'è nulla da vincere, si può solo perdere e nessuno può predire "quanto"!

Per ulteriori video sull'argomento: http://www.spiqrsociety.com/apps/videos/

mercoledì 9 luglio 2014

1729, il numero di Mr. 17-29

Quando, nel lontano aprile 2009, ebbi la folgorazione di un elegantissimo algoritmo simmetrico a blocchi per criptare immagini o messaggi di testo, non potei resistere alla tentazione: iniziai così a scrivere la più complessa opera della mia vita.


“1729, il numero di Mr. 17-29”

Filippo Martinetti è un ragazzo moderno, un matematico afflitto da angoscia, solitudine, crisi esistenziali. Non ha amici da cui ricevere una pacca sulla spalla nel momento del bisogno e deve fare perennemente i conti con il peggior parto del proprio, sovradimensionato, emisfero sinistro: Phil. È l’unico figlio di un integerrimo ispettore di polizia, da poco resosi conto di aver perso gli affetti più importanti a causa del lavoro. A complicare il quadro generale, ci si mette anche la morte sospetta di una zitella di mezza età e lo sfuggente personaggio che reclama uno sconcertante ruolo nell’anacronistico disegno di sangue associato, l’ampio delirio che trascende il singolo delitto in questione.
Mr. 1729, la straordinaria nemesi di tutta la famiglia Martinetti, comunica con Filippo tramite messaggi criptati che solo lui è in grado di decodificare. Intanto Phil, al pari di una mastodontica zanzara ematofaga, pressa dall’interno per poter tornare a nutrirsi degli amati numeri, mentre Filippo dovrà affrettarsi a operare importanti scelte di vita, quelle che decreteranno non soltanto il proprio futuro e quello dei suoi cari, ma anche le sorti dell’unica donna per cui si sia reso conto di provare un sentimento sincero e struggente.
La sconvolgente eredità che l’eminenza grigia della storia intende lasciare al successore lo metterà di fronte a enormi responsabilità, finendo per incrinarne addirittura l’identità stessa e, di conseguenza, quella degli altri interpreti delle vicende che lo hanno, suo malgrado, eletto protagonista assoluto.

Se veramente l'Universo è un cerchio, il cui centro è ovunque e la circonferenza da nessuna parte, la storia in oggetto non fa eccezione. Un microcosmo in espansione dopo il Big Bang innescato dal primo prosatore, del quale conosciamo le conseguenze relative alle turpi azioni compiute e alle decisioni prese, ma il cui nome di battesimo rimane ignoto. I numerosi quanto brevi frammenti (sfilacciati, pesanti e sovente contorti) che vanno a costituire lo zoccolo duro della cronaca, sono conseguenza della dirompente ferocia con cui la bomba detona nella testa dell’autobiografico secondo narratore, in rapporto alle deboli forze coesive che tendono a tenere assieme gli atomi della sua contorta psiche.

Essendo in linea con la, seppur imperfetta e blandamente dissacrante, circolarità espositiva del racconto, mi si conceda l’ardire di asservire al frivolo soggetto trattato una seconda citazione a effetto: “Ai posteri l’ardua sentenza”. Da tale antico messaggio si possono trarre almeno altri due motti lapidari, adattati alla particolare tematica affrontata: «Al lettore l’arbitrario giudizio sul signor 1729» e soprattutto «Tra lettori e voci narranti la differenza può rivelarsi labile, mutevole, dai contorni scarsamente definiti». In linea teorica, nessun diarista potrà mai dirsi certo di non entrare a far parte di qualche futura edizione del presente romanzo. Se poi l’impronta che, eventualmente, ne scaturirà sarà in favore della fiction o dell’esposizione veritiera dei fatti, dipenderà dalle conoscenze in materia del diarista stesso. Trattasi di condizione necessaria ma non sufficiente, in quanto non tutto ciò che si scrive è fedele alla realtà degli eventi… vero Tommaso?


Marco Ripà